Andrea Gironda

Perchè la vita merita di essere raccontata

L’arte con i guanti bianchi

L’arte va trattata con cura, merita il contesto idoneo per essere apprezzata in pienezza. L’abbiamo strapazzata a tal punto da trasformarla in un genere di facile consumo.

Con un cellulare possiamo ascoltare musica mentre siamo in treno, in aereo o in mezzo ad una piazza; con lo stesso mezzo possiamo anche vedere un film sdraiati sul letto. Un quadro o un affresco possiamo osservarli dal computer o dal tablet, per non parlare di un film, visibile da uno schermo da sei pollici fino alle moderne tv domestiche.

C’è un ambiente per ogni cosa. Sarò della vecchia scuola che la musica si ascolta con un impianto hi-fi, che la bravura di un attore va apprezzata in un teatro; il cinema è la dimensione ideale per godere di un film, fatto di immagini, musiche, luci, colori, così come una mostra ben curata è il modo migliore per godere della pittura di un quadro.

Un artista cerca con cura ciò che darà forma alla sua opera: il regista la giusta sceneggiatura; il compositore il timbro giusto di un violino; uno scrittore la parola che dà forma al suo libro; lo scultore il giusto colpo da assestare per dare vita alla sua opera.

Inutile illuderci che tutto possa adattarsi al mezzo che abbiamo a disposizione: mortifica l’artista, offenderebbe l’opera. Prendiamoci il tempo e l’attenzione per godere del bello nella sua piena espressione, non potrà far altro che arricchire l’anima.

Prendiamoci cura delle parole

“Poi c’è il linguaggio: non è forse metro di accudimento? Immagina una terra che rimane muta, prova a pensare a giorni simmetrici senza vocabolario, le parole non nate o non accolte sarebbero aborti di piccole memorie e piccole storie. Le storie sono terra fertile e, come diceva tuo nonno, piene di contraddizioni per tenerci in equilibrio”. (Valeria Tron, L’equilibrio delle lucciole)

Ci sono giorni in cui le parole esagerano. Mi invadono, mi cercano, altre volte addirittura mi perseguitano: queste ultime sono quelle più inutili, sprecate, pezzi di frasi malsane che nascono da bocche aride. In momenti come questi, mentre scrivo, lascio spazio al silenzio per riappropriarmi delle parole che scorrono sulla tastiera. Le cerco nella mia memoria, le ritrovo, le riabbraccio. E’ in momenti come questi che sento l’accudimento, dove le parole scritte nel vocabolario diventano memoria, racconti, ricordi, speranze.

Siamo esseri dotati di linguaggio verbale, gli unici. A volte bastano poche parole per inventare storie, altre volte ne servono di più per rivivere il passato, altre volte le parole diventano note tra lunghi silenzi, sono centellinate, cercate e curate.

Prendiamoci cura delle parole.

Quei giovani di talento

Sinner e Angelina Mango. Sono i volti nuovi di questa Italia 2024, volti freschi e giovani. Nel campo sportivo e musicale hanno portato una ventata di speranza.

Di entrambi ho apprezzato il valore e il legame con la famiglia. Non sono sfuggiti all’occhio dell’educatore alcuni dettagli importanti. Sinner è un ragazzo che per arrivare a vincere si allena tanto, versando sudore, tanto da rifiutare anche eventi mondani come il Festival “per allenarsi”, ha detto. Ringrazia ciò che natura gli ha dato, il talento, ma anche la famiglia che lo ha aiutato a coltivare i propri sogni. Ma un vero campione non è mai pago del successo, vuole continuare a migliorarsi, studiando e impegnandosi.

Così fanno anche i musicisti. La vetta delle classifiche e il trionfo si sono rivelati spesso malvagi profeti: qualcuno tocca il cielo con un dito e poi torna nel dimenticatoio, semplicemente perché privi di talento. Una famosa parabola ci dice che quel talento va fatto fruttare, altrimenti muore sotto terra.

Penso ad Angelina Mango, figlia di un cantautore amato ma forse non del tutto apprezzato pienamente dal grande pubblico. La ragazza non è la solita “figlia di” arrivata lì per il cognome; in questo caso la famiglia ha avuto un ruolo importante perché Angelina è cresciuta nella musica, è la figlia di Pino perché da lui ha ereditato il talento, sa tenere il palco, trasmette emozione, musicalmente perfetta. Se studierà ancora quel talento che ha nel sangue la porterà lontano; ne sono certo e glielo auguro di cuore.

Sinner e Angelina sono i giovani di talento che ci fanno ben sperare, quelli che sanno fare perché talentuosi. Abbiamo bisogno di giovani capaci, non quelli da sei meno. Solo così avremo persone felici di aver messo a frutto ciò che la natura gli ha donato.

… e fatti una risata!

Senza ironia e, soprattutto, senza autoironia qualsiasi difficoltà diventa un peso enorme da sopportare. A riderci su, invece, si alleggerisce anche il momento più difficile. Se non ci credete, il consiglio che vi do è di provarci: nel momento più critico di tutti, buttatela sull’ironia. Prendete in giro voi stessi, prendete in giro gli altri, sdrammatizzate” (Bebe Vio, Se sembra impossibile allora si può fare).

In questi giorni si sono sollevate molte perplessità in merito al “Ballo del qua qua” in cui si è esibito un imbarazzato John Travolta. Senza entrare nel merito dell’opportunità artistica, ammetto di avere avuto qualche perplessità sull’improvvisazione di tale esibizione (dubito che un nome di quel tipo possa essere oggetto di qualsiasi iniziativa a sua insaputa). Vista in diretta mi sembrava un’esibizione piuttosto divertente, quasi autoironica.

Eppure pare che nessuno lo abbia capito, Travolta per primo, canzonato (è il caso di dirlo!) dai suoi stessi colleghi, silurato dalla critica. Peccato, sarà che viviamo in un tempo dove pochi capiscono l’autoironia.

Le parole di Bebe Vio, campionessa di sport di umanità, sono un tesoro prezioso per tutti, non solo per John Travolta che avrebbe potuto farci una risata liberatoria, in cui anche l’evidente difficoltà poteva essere superata con classe, ironia e autoironia.

Sdrammatizzare così può diventare un grande gesto da Oscar.

Lo scrutinio migliore

Non c’è nulla di più stagno del magone per fare barriera al sapere. La risata la puoi spegnere con uno sguardo, ma le lacrime…” (Daniel Pennac, Diario di scuola)

In questi giorni i docenti sono impegnati nel difficile compito di valutare i propri studenti, con voti e giudizi. Difficile, discutibile, umiliante: mi limito a questi tre aggettivi.

Discutibile perché la valutazione del sapere è qualcosa di improponibile soprattutto a livello globale: per un insegnante di italiano un ragazzo ha tutti 4, per quello di matematica tutti 7. Come si fa? Quali sono le giuste misure per quantificare un sapere? Andrebbero analizzati tanti e troppi fattori per capirci qualcosa e forse neanche basterebbero per farci un’idea vicina alla realtà. E qui subentra la discutibilità di quanto tutti gli insegnanti sostengono, perché ogni valutazione deve essere sempre la somma di tante visioni. In tutto questo si prova una certa umiliazione mista a superbia perché tentiamo di riassumere con numeri o voti il sapere di un allievo.

Il magone di non sapere e le lacrime che ne derivano le ho provate anche io quando mi trovavo davanti ai numeri da ragioniere, alle tecniche di un presunto bancario o addirittura a cimentarmi in una incomprensibile lingua fatta di segni come la stenografia. Quanto tempo ho perso, quante lacrime di rassegnazione: nessuna comprensione, nessuno che mi abbia mai chiesto “quali sono i tuoi talenti?”.

I nostri studenti hanno valori nascosti. Tempo fa una maestra disse ad un bambino: secondo me dovresti studiare recitazione. Ora, a 16 anni, recita in piccoli e grandi teatri, impara, si fa le ossa, crede nei suoi sogni e in ciò che la sua maestra intravide in tenera età. E’ stato lo scrutinio migliore, non c’è valutazione che tenga.

E la maestra è tornata ad applaudirlo, perché questo è educare.

Il deserto di “Fratellino”

«Voi qui avete il mare ma noi là abbiamo il . Se i tuoi occhi non hanno mai visto il deserto, non puoi capire bene che cos’è. Il deserto è un altro mondo, ci entri e pensi: “Non uscirò mai da qui”».

Sotto suggerimento di Papa Francesco, ho letto il libro “Fratellino”. Mi aspettavo un libro duro, capace di far sussultare le coscienze. Le aspettative non sono state deluse, anche se ero “preparato” dal momento che un libro simile, di straordinaria intensità narrativa (Giuseppe Catozzella, Non dirmi che hai paura) aveva già toccato il tema del dietro le quinte del fenomeno migratorio.

Quando vediamo i barconi arrivare a Lampedusa, stipati di uomini, donne e bambini, stiamo vedendo l’ultimo secondo di un film lunghissimo; il finale spesso tragico dell’arrivo dei migranti è narrata in questo libro “Fratellino”, che pone l’attenzione sui momenti drammatici che vivono i migranti molto tempo prima di salire su un barcone. Un tragico “dietro le quinte” spesso ignorato.

Quando sentiamo parlare di “tratta di esseri umani”, “sfruttamento”, “schiavitù”, sembrano parole distanti da noi, come il deserto che Ibrahim si è trovato ad attraversare. Il protagonista narra, non scrive, la sua storia con tutto il realismo del caso, senza fare sconti. Il lettore non può che rimanere attonito davanti a tanto orrore; in Africa ci sono armi ovunque, una violenza senza pietà che si riversa nei confronti di chi prova a darsi un’altra possibilità fuggendo dalla fame e dalle guerre, ritrovandosi invece in una morsa di violenza e sfruttamento che meritano l’attenzione dell’intera popolazione mondiale.

Quando vediamo queste persone arrivare dal mare dovremmo conoscere le loro storie, da cosa realmente scappano e quanto è costato il loro viaggio fin qui. “Fratellino” è una storia triste quanto drammaticamente attuale; accogliere i migranti è un normale gesto di umanità, che sembra tanto difficile comprendere. La legge del mare e la legge dell’uomo non può abbandonare nessuno, soprattutto chi fugge.

Mi sono trovato anche io nel deserto con Ibrahim, partito alla ricerca di un fratellino di cui non aveva più notizie; mi sono perso nel deserto di questa umanità in cui tanto credo, incapace però di riconoscere e ritrovare i nostri fratellini.

Sinner e l’importanza di avere “certi genitori”

«Ho fatto tanti sacrifici ma ne hanno fatti anche loro [i genitori], lasciare il proprio figlio a 13 anni non è semplicissimo. A Vienna abbiamo fatto colazione insieme per tutta la settimana ed è stato strano perché non succedeva da anni, quando torno a casa, in montagna, non sto mai più di un paio di giorni quindi un’intera settimana di colazioni con i miei è stato diverso, buffo, ma anche bello e speciale. Averli vicini significa tanto per me, però per come conosco i miei genitori per loro è più importante vedermi felice che alzare una coppa. Se mi vedono felice, ecco, abbiamo già vinto».

Sinner è il vincitore dell’Australia Open. Ragazzo serio, pacato, sorridente. Non manca un pensiero per i propri genitori; è bello che un atleta sugli scudi abbia avuto la sensibilità di ricordare i sacrifici dei genitori che gli hanno permesso di arrivare al traguardo che ha sempre sognato.

Ha ricordato, dopo il successo di Vienna che il “segreto” per ritrovare la serenità e lo spirito giusto è stato avere la possibilità di fare colazione con i propri genitori, capaci di intuire il talento del proprio ragazzo e a soli 13 anni permettendogli così di volare. Oggi molti tredicenni non sanno neanche farsi il letto, ma non è colpa loro, piuttosto di quei genitori che si rifiutano di farli crescere.

Quante volte abbiamo sentito padri e madri rammaricati perché non vedono la disponibilità da parte dei propri figli a portare avanti “l’azienda di famiglia”; non necessariamente bisogna riversare i propri desideri per il futuro alle nuove generazioni. Piuttosto è importante che la famiglia, ma gli educatori tutti (scuola compresa) possano aiutare i giovani a scoprire la propria vocazione, sostenerli affinché possano realizzare i propri sogni. Sempre che ne abbiano uno.

Gigi Riva, la bandiera, l’uomo, l’umiltà

Non posso raccontarvi di Gigi Riva perché non l’ho vissuto. Così come non posso parlarvi di Long John, Giorgio Chinaglia, “Giorgione” per noi tifosi laziali. Non posso neanche raccontarvi di Pelè. Tutti calciatori che hanno terminato la loro carriera a ridosso della mia nascita, talenti di cui ho sentito raccontare le gesta dalla tv o da mio padre come nel caso di Chinaglia, mito che ancora vive nei cuori di molti di noi.

Eppure la scomparsa di questi grandi talenti sembrano battere il tempo; del resto i miti fanno questo, la loro popolarità non viene scalfita negli anni, addirittura in certi casi aumenta.

La morte di Gigi Riva ha avuto, come giusto, molto risalto; ricordo di aver visto tempo fa un bellissimo documentario che raccontava la storia di questo campione impermeabile ai richiami della fama e del denaro. Lo testimonia la foto che accompagna questo articolo: “Riva e Chinaglia reti a mitraglia”. Due campioni accomunati da una carriera non in squadre di alto rango per l’epoca, ma che hanno legato la loro storia alla comunità sportiva che li ha accolti. Esempi di umanità e non di gloria esibita.

Una “bandiera” come si dice nel gergo calcistico; Gigi Riva che non era nato a Cagliari ha fatto della città sarda la sua casa, legando per sempre il suo nome ai colori rossoblù. Per gli innamorati di calcio le bandiere sono ormai rarità. Riva no; esplosivo, immarcabile, vincente, determinante, con i suoi gol ha regalato gioie e soprattutto un esempio di coerenza e umiltà.

Quando muoiono certe leggende è bene alzarsi. Non solo al campione, all’uomo, alla bandiera, al simbolo.

La perfetta (e perduta) letizia

“Vi è perfetta letizia quando riusciamo a vincere noi stessi, il nostro desiderio di possedere doni che non ci appartengono perché appartengono a Dio, quando abbandoneremo le nostre insicurezze, le nostre vanità, la nostra presunzione.

È perfetta letizia sapersi amati comunque e per questo più forti di ogni difficoltà.

È perfetta letizia saper vedere la luce anche nel buio più grande. È un grande insegnamento mistico e spirituale. Insomma, viviamo la più grande tristezza quando abbiamo paura di cambiare perché abbiamo paura di perdere ciò che pensiamo sia, illudendoci, la felicità” (card. Zuppi – Walter Veltroni, Matteo Zuppi – Non arrendiamoci)

Paura di cambiare, è il rischio di colui che cerca la felicità ancorandosi alle sue certezze. La perfetta letizia la immaginiamo in una Spa, in un’isola tropicale o magari davanti ad un conto in banca con tanti zeri. Non voglio fare il mistico, i beni terreni fanno piacere, non mi credereste se anche io non avessi un desiderio materiale nel cuore. Non è questa però la perfetta letizia, di sapore francescano ma in questo caso evocata dal car. Matteo Zuppi.

Aneliamo a desideri che non ci appartengono, appartengono a Dio come l’amore che riceviamo dalle persone che ci circondano. In fondo per arrivare alla perfetta letizia la strada non sembra così impervia.

“Genitori rilassati cercasi” in tutte le librerie

E’ uscito oggi il mio nuovo libro, dedicato alle dinamiche della crescita in un tempo sempre più dominato dall’ansia e dallo stress, dove i genitori e gli educatori si trovano davanti a sfide importanti nella crescita di bambini, adolescenti, ragazzi. L’invasione della tecnologia, le dinamiche relazionali, le maggiori problematiche scolastiche, i gruppi whatsapp dei genitori, la solitudine dei nostri giovani, la disabilità: queste e tante altre le tematiche che ho voluto trattare in questo mio nuovo lavoro.

Un libro che affonda le radici nella mia famiglia anni ’80 in cui le dinamiche e i ruoli erano chiari; nel tempo odierno troviamo smarrimento da parte dei genitori e anche degli educatori. Per crescere figli sereni e positivi è necessario dedicare loro un tempo vero, fatto di ascolto, incoraggiamento, supporto, senza dimenticare il buon umore, elemento indispensabile in tutti i campi, soprattutto nell’educazione. Nel libro ho raccolto tante storie che ho ascoltato nei miei venticinque anni di scuola, cercando di offrire il mio punto di vista che nasce dall’esperienza scolastica.

E’ un libro a cui tengo particolarmente, scritto con passione e impegno. Ringrazio anticipatamente tutti i lettori che vorranno provare a diventare “Genitori rilassati”, perché in fondo è il desiderio di tutti. Provare per credere!

Il bambino con il libro in mano

Vi racconto la storia di Varon (nome di fantasia). Oggi Varon ha nove anni, è un bambino che per la sua tenera età ha vissuto già una infanzia travagliata. Originario di un Paese del nord Africa, Varon è rimasto orfano della madre quando era ancora piccolino e oggi vive con il papà; la condizione socio-economica è piuttosto indigente.

Eppure Varon non si arrende. Anzi. Ogni volta che lo incontro mi racconta dei suoi sogni: da grande vuole diventare un ambasciatore del suo Paese, un ministro o addirittura il Presidente per aiutare le imprese e la sua gente. Per far questo porta con se sempre un libro: “sto studiando la storia del mio Paese e di quelli limitrofi”. Conosce perfettamente le regole coraniche della sua religione, informatissimo su fatti di attualità, è dotato di una certa cultura relativamente alla sua età. Quando parla mi incanta, cita aforismi, frasi che ha sottolineato o che ha appuntato. Si sorprende quando gli dico che ho riportato uno dei suoi aforismi ad altri bambini. Il suo ingenuo entusiasmo è disarmante, i suoi occhi brillano quando mi racconta dei suoi progetti.

Non so se si avvereranno i suoi sogni. So solo che ho visto in lui una forza incredibile e un’immagine che mi ha dato tanta speranza: un bambino con un libro in mano può fare una rivoluzione. Anche se non diventerà un ministro Varon ha già vinto la sua rivoluzione: crescere come un cittadino preparato, come un giovane con dei sogni che fonda sulla cultura le sue speranze. Scusate se è poco…

Ho meritato il tuo castigo?

Nella bellissima intervista di Papa Francesco andata in onda domenica sera nel programma di Fabio Fazio, tra i tanti passaggi, uno in particolare ha attirato la mia attenzione. Papa Francesco ha posto l’attenzione su una frase contenuta nell’atto di dolore: “ho meritato i tuoi castighi”. Il Pontefice dichiara di apprezzare maggiormente l’espressione “perché peccando ho rattristato il tuo cuore”, aggiungendo anche che Dio “ci castiga accarezzandoci”.

E’ un’espressione che anche a me non piace. “Castigo” nel linguaggio corrente viene inteso come una punizione; quante volte abbiamo sentito il bambino che è stato messo in castigo! Pur essendo in disuso il suo significato va in tal senso. Nel pronunciarla nell’Atto di Dolore ci viene in mente l’immagine di noi peccatori severamente puniti per il male che abbiamo commesso da un Dio tutt’altro che misericordioso, anzi, piuttosto austero e accigliato. La bellissima immagine del Dio misericordioso che Papa Francesco ha presentato in questi anni – culminata nel Giubileo straordinario della misericordia – sembra non trovare spazio.

Eppure la parola castigo non è così severa. La sua origine latina va in una direzione opposta a quella della severa punizione: “rendere puro”, un sinonimo di “corretto”. Contestualizzato nella preghiera in questione il penitente afferma “di aver meritato che Dio ci renda puri”! Cambia, e di tanto, il significato; da qui l’espressione di Papa Francesco che Dio ci punisce accarezzandoci.

Tuttavia molti di noi intendono il castigo come una punizione e non come una correzione. A dire il vero non è l’unica espressione discutibile che troviamo nelle nostre preghiere, la lista sarebbe piuttosto lunga. La lingua cambia e così andrebbero adeguate anche alcune formule discutibili se non addirittura fuorvianti.

I veri maestri ti fanno volare

“Mi piacerebbe – torno a dire – trovare una definizione di maestro, ma davvero non mi è facile. Diciamo che noi, quando uscivamo dalla lezione di un maestro, camminavamo per un bel po’ a un metro da terra. Diciamo che quel metro da terra fa la differenza. Uscivamo di lì con le loro grandi parole stampate per sempre nella testa, e una sola, chiarissima idea: volevamo fare anche noi come loro, vivere delle loro stesse, strabilianti parole. Diciamo che forse questo contraddistingue un maestro: che ti contagia. Ti porta a voler diventare come lui”

Paola Mastrocola – La scuola raccontata al mio cane

Camminare ad un metro da terra, una metafora che rende l’idea di come ci si possa sentire in un momento di rara e pura felicità. Raramente si riescono a vivere momenti simili. Le parole di chi insegna – un maestro in questo caso ma va bene anche per una maestra – toccano sempre una vita, non è detto che avvenga in modo positivo: si può volare ad un metro da terra o finire con l’umore sotto i tacchi. Nel grazioso libro “La scuola raccontata al mio cane”, Paola Mastrocola ci parla di un suo maestro; le sue parole spingevano all’emulazione, entravano forte e chiare, si insediavano nell’animo degli studenti. Era un maestro “contagioso”. Il sogno di chi fa il mio mestiere, contagiare con parole penetranti l’animo dei propri studenti.

Raramente ho incontrato insegnanti di questo calibro, qualcuno c’è stato e vive ancora in me con le sue parole, i suoi gesti, semplicemente sono stati testimoni con la propria vita più che con le parole.

La fortuna di ogni studente sta nell’incontrare nel proprio percorso di studi e di vita insegnanti del genere. O quanto meno la fortuna sta anche nel non incontrarne di pessimi.

Cosa dovrei essere se non un bambino?

“Sono tornata a casa dopo i colloqui con i prof di mio figlio (prima media). Gli ho riferito che i suoi insegnanti lo vedono ancora bambino. E lui, candidamente ha commentato: e cos’altro dovrei essere?”.

Mi ha fatto sorridere questo racconto di una mamma di un mio ex alunno, Edoardo, che da settembre frequenta la prima media. Si stupiva della risposta innocente del figlio che a dieci anni si sente ancora bambino, non vuole essere “altro”, in controtendenza con i suoi pari. Semplicemente Edoardo si riconosce quello che è, umilmente e teneramente vuole godersi la sua identità.

Mi ha fatto riflettere questa risposta perché spesso cerchiamo noi stessi di essere “altro”: più giovani (o meno vecchi!), più alti, più magri, sempre in forma, nascondiamo gli acciacchi, la pancetta e magari ci illudiamo di avere meno anni di quelli che abbiamo. E invece il mio ex alunno – all’inizio della adolescenza – si gode il tempo che ha, non vuole apparire più grande ai suoi insegnanti, si riconosce ancora un bambino ed è felice di questo.

Un monito per noi insegnanti che vorremmo trasformarli, vorremmo vederli crescere in fretta, ci aspettiamo qualcosa che non possono dare. La risposta di Edoardo è significativa anche per i genitori che sperano di vedere cambiamenti tempestivi, crescite rapide e serene. Facciamo godere ai nostri ragazzi il tempo che hanno. Sarà un investimento sereno per loro e per noi.

La neve e il fiore

Nell’aria un solo colore, il Monte si nascondeva alla vista ma c’era, e sotto la neve vecchia il bulbo del fiore resisteva, resiste. Ai miei piedi, su un ramo di abete spezzato dalla tempesta, gli aghi continuavano a mantenersi saldi, forse a germogliare, e non so se chiamarli ingenui, matti o valorosi.

Lorenzo Marone – La donna dell’albero

Sento notizie allarmanti per uno come me che non ama il freddo: calano le temperature, neve, ghiaccio in arrivo. Normale, siamo in inverno. La stagione fa il suo dovere con un po’ di ritardo. Nel bellissimo libro di Lorenzo Marone, “La donna degli alberi”, l’autore porta il lettore a vivere un anno in montagna, con il divenire delle stagioni, il letargo degli animali accompagnato dal ciclo vitale alcune piante. Sotto la neve, la protagonista del libro, trova un bulbo, forte, resistente: ingenuo, matto o valoroso? Lo definirei un maestro, esemplare di resistenza e attaccamento alla vita. La tempesta può spezzare, la vita non molla la sua presa e continua a vivere, impavida, spavalda, incurante di ogni avversità.

Un sito tutto nuovo

C’è bisogno ogni tanto di ridare forma a ciò che che è nostro: ripensare, rivedere, aggiornare, dare una veste nuova. Lo facciamo con il guardaroba, con i luoghi in cui abitiamo, ma anche nelle relazioni umane, nei rapporti di lavoro e nel modo di trascorrere il tempo libero si sente ogni tanto la necessità di ripartire con uno slancio nuovo. Dopo diciannove anni era necessario questo restyling anche per il mio sito, uno spazio che in questi lunghi anni mi ha dato la possibilità di tenere un contatto con le persone, raccontare e condividere idee, pensieri, emozioni e materiale didattico. Nato quando ancora i social non esistevano, per un lungo tempo ha rappresentato uno spazio virtuale che non ha perso di vista il suo obiettivo, che si racchiude nel sottotitolo: “la vita merita di essere raccontata”.

Era il tempo di una bella rinnovata, abbandonare una grafica e una veste ormai obsoleta, dare un volto moderno e più vicino ai generosi lettori che vorranno dar seguito a queste pagine.

L’immagine che fa da sfondo a questa nuova veste grafica riassume un po’ il mio punto di vista: due gruppi di libri, a destra e a sinistra, con al centro un’immagine sfuocata. La realtà che noi intravediamo vede una luce attraverso la lettura. Sono i libri ad offrire la possibilità di trovare una sponda alle nostre inquietudini ,attraverso i punti di vista di tanti scrittori che mettono la propria umanità nelle pagine di carta.

Mi piace sottolineare in questo primo articolo del nuovo sito, l’importanza di chi mi ha aiutato per realizzarlo. Un grazie di cuore va all’amico Riccardo che con competenza e generosità mi ha guidato e supportato in questo processo di rinnovamento e ammodernamento. Un gesto di grande amicizia a cui sono immensamente grato. Ai grandi risultati è sempre bello arrivare insieme.

Buona lettura a voi tutti.

Coltivare

“Buongiorno,” gli dissi.

“Buongiorno a lei.”

“Cosa coltiva?”

“La vigna e qualche albero di mele.”

“Bello! Non ha qualcuno che la possa aiutare?”

“Eh che vuole, figli e nipoti hanno da lavorare. Io, a novantadue anni, non è che ho altro da fare.”

“Scusi, ma il campo è sempre stato suo o l’ha comprato adesso?”

Il contadino mi fissò e sorrise fra le rughe: “Non è mica mio.”

“Come non è suo? Allora chi glielo fa fare a stancarsi così?”

“A qualcuno piaceranno uva e mele. Chi ha bisogno se le prende. Sa fra tre anni quanto saranno buone?”

Non gli importava niente del raccolto, non sarebbe vissuto fino a vederlo e non era nemmeno suo. Stava facendo la sua parte, curava il terreno come il giardino dell’Eden per poi lasciarlo a chi sarebbe venuto dopo di lui. Ho pensato: questo non è un semplice contadino, è un addetto alla manutenzione dell’universo, passato dall’Io al Noi.

                                                           Simone Cristicchi – Happynext

Si parla tanto di cura dell’ambiente: convegni, appelli, discorsi, manifestazioni, libri… Eppure, in questo passo tratto dal bellissimo libro di Simone Cristicchi, l’autore incontra un anziano intento a coltivare la vigna e un albero di mele; lui non vedrà i frutti probabilmente, eppure fa la sua parte. In parole semplici è quello che molti di noi non si mettono in testa; per salvare l’ambiente – espressione infelice perché anche noi siamo parte di questo ambiente – ognuno di noi può fare qualcosa, sprecando meno, riciclando correttamente, con un consumo consapevole e con gesti di civiltà. Un gesto semplice moltiplicato per ogni persona del mondo basterebbe già per fare molto.

Porte che neanche immaginavamo

Le circostanze inattese ci aprono porte che neanche immaginavamo. Era proprio così che mi sentivo.

E infatti, da quel momento in poi, cominciai a leggere un libro dopo l’altro. Era come se la sete di lettura, da tempo sopita dentro di me, fosse esplosa all’improvviso.

                 Satoshi Yagisawa – I miei giorni alla libreria Morisaki

Questa frase tratta da un bellissimo libro “I miei giorni alla libreria Morisaki”, ambientato in Giappone, preciasamente in un quartiere di Tokyo dove abbondano le librerie, mi ha fatto pensare alla mia storia da lettore. Sono un lettore tardivo, piuttosto tardivo: quando la scintilla è scoccata però non mi sono più fermato. Quando alla scrittura ho accostato una lettura assidua e costante molto è cambiato; la lettura stimola la curiosità, arricchisce le mie conoscenze; il libro diventa un amico fidato con cui trascorrere un tempo fatto di silenzio e concentrazione.

In questi ultimi anni attraverso la lettura mi sembra di aver vissuto tante vite, visitato tanti luoghi, incontrato persone spaziando in epoche vicine e lontane, in mondi distanti e limitrofi. L’esperienza della lettura è la cosa più bella che possa augurare dai bambini agli anziani. Le parole possono farci viaggiare con il rischio che vale la pena di correre: poterci cambiare.

Ironia e realtà

Ogni giorno ho la fortuna di incontrare un gruppo di piccoli, i migliori della piazza: i bambini. Durante le nostre lezioni avvengono scambi di idee, pensieri, valori: con la loro innocenza mi riportano sempre alla verità delle cose, a qualcosa che abbiamo dentro e che noi adulti abbiamo smarrito. E fanno domande, per fortuna ancora hanno la capacità di fare domande.

“Maestro, come fai a distinguere l’ironia dalla realtà?” è la domanda di Elisabetta, classe quinta. La sua domanda mi ha colpito e inizialmente disorientato; non ho saputo rispondere perché alle domande belle non sempre si trova una risposta immediata. Poi però, nelle ore successive, la domanda mi rode dentro, torna a bussare alla porta ed esige una risposta.

Ironia e realtà per alcuni possono sembrare parole inconciliabili, ma non lo sono. Sorrido sempre alla vita, o almeno ci provo. Quando incontro situazioni pesanti, persone negative (e la scuola ne è piena, ahimè), difficoltà di vario genere, butto sempre la mia ancora di salvataggio: ci rido su. La vita merita di essere raccontata ma anche di essere presa un po’ in giro. Nelle situazioni più estreme trovo sempre il lato divertente, è il mio modo di sdrammatizzare, di non soccombere agli umori pesanti. Insomma, non dobbiamo prenderci troppo sul serio.

Tornando alla domanda di Elisabetta, la realtà e l’ironia si incontrano nel mio mondo. In alcune circostanze addirittura si confondono. Non potrei e non saprei fare altrimenti. Sono il mio bacio e il mio pane quotidiano.

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