Andrea Gironda

Perchè la vita merita di essere raccontata

Cocomeri e ricordi d’estate

E’ iniziato il tempo estivo. Mi reco al fruttivendolo e tra la tanta merce esposta una più delle altre attira la mia attenzione. Sono i cocomeri, come li chiamiamo a Roma; meno attraente è il nome anguria, suggestivo in napoletano “melone d’acqua”. Mi soffermo a guardarli e con estrema delicatezza dò un colpetto o una carezza a quei gusci rotondi e lisci.

Il loro arrivo in casa viene associato ad un momento gioioso, l’arrivo del caldo e l’esperienza di poter gustare un frutto saporito e povero di zuccheri, l’ideale per idratarsi. Per gustarlo deve fare caldo, non mangerei mai una fetta di cocomero in inverno. I cocomeri suscitano in me tanti ricordi: estate, caldo, festa, freschezza, sapore, gente, allegria.

Partiamo dal più antico e più tenero. Mio padre la domenica mattina mi portava da un certo “Peppone”, personaggio singolare, fruttivendolo barese che aveva un banco di frutta a Viale di Tor di Quinto. Tanta buona frutta ma soprattutto una piramide di cocomeri accatastati, mentre alcuni erano immersi in una grande vasca d’acqua. Era Peppone – che la domenica pomeriggio ritrovavamo “bagarino” allo stadio – a scegliere il più buono. Il cocomero è papà la domenica mattina, ricordi di un tempo trascorso insieme.

Sempre con mio padre e la mia famiglia avvenne un episodio divertente. In viaggio verso un paese marchigiano, ci fermammo lungo la strada per una sosta. Mio padre fu attratto da un cartello: “cocomeri 350 lire”. Un ottimo prezzo, pensammo, la media era intorno ai 1000 lire. Mio padre si precipitò e pagò poco più di 7.000 lire. In macchina si chiese quanto potesse pesare un cocomero per aver pagato così tanto. Leggendo bene il cartello, tutto storto sotto al prezzo c’era scritto: “350 lire al mezz kil”. Un genio!

Ripenso ad un’estate a Tarquinia con la mia famiglia. Era ferragosto e – per tradizione – ero io a dovermi occupare del cocomero. Per l’occasione ne trovai uno enorme, quasi 20 kg! Oltre ad offrirlo a tutti dovevo anche tagliarlo, rigorosamente nel senso della larghezza e non della lunghezza. Ancora oggi se vedo un cocomero intero dico “fermi tutti, faccio io, è mio!”. Mi piace sentire lo scrocchiare e il profumo che mi invade.

Impossibile dimenticare un cocomero turco. Sì… servito da un cuoco turco su una delle navi in cui mio zio era proprietario, battente bandiera turca. Ricordo che al termine della cena il cuoco si presentò a tavola con un cocomero interamente scavato a forma di cestino. All’interno frutta fresca con cubetti di ghiaccio, una meraviglia da vedere e da gustare.

Tante volte mi sono fermato a mangiarlo per strada, come si fa a Roma nelle notte estive. Ricordo una sera che con mio fratello ne comprammo uno intero; assetati e accaldati non resistemmo ad aprirlo subito, anche se non era ancora fresco ne divorammo tre fette con una foga mai vista, del resto era dolcissimo!

Famoso è un cocomero disperso nel Mediterraneo… Il mio amico Mauro avrebbe voluto mangiarlo fresco e per questo lo mise in riva al mare, pensando di averlo fissato bene. E invece, il cocomero ribelle, ha deciso di iniziare la sua navigazione facendo perdere le tracce. Ancora oggi scherziamo sperando di ritrovarlo da qualche parte…

Il cocomero mi dà un senso di gioia, di compagnia e di festa. Meno avvolgente è consumarlo da soli.

Mi piacerebbe visitare un campo di cocomeri, come Linus che aspetta il “grande cocomero”. Chissà, forse anche io potrei affidare un desiderio e aspettare una fetta come ricompensa…

Non ci resta che aprire il frigorifero, tagliarne una fetta e decretare che è iniziata l’estate.

Scriviamo per variazioni

La letteratura si è dotata dell’onnipotenza della descrizione. Non ci fossero più nuovi libri, ce ne sarebbero comunque a sazietà. Perché aggiungerne altri, se tutto è già stato narrato? La mia risposta è: variazioni. La letteratura è l’infinita redazione di varianti.

Continuiamo a leggere paesaggi, personaggi, avvenimenti dalle nuove, disparate e disperate angolazioni. Un diamante ha cinquantotto facce, la persona umana molte di più” (Erri de Luca, Discorso per un amico, Feltrinelli 2024)

Girando per gli scaffali di una libreria vedo tanti volumi. A volte penso troppi. Perché si scrivono così tanti libri? A parte per gli scrittori professionisti che hanno il privilegio di “vivere” di scrittura, per molti credo sia più una passione, come nel mio caso.

Nonostante veda centinaia di titoli, non resisto ai libri di Erri de Luca. “Discorso per un amico” è una deliziosa storia di amicizia tra lo scrittore napoletano e Diego, compagno di scalate e arrampicate. Mi sono perso tra le delizie di queste pagine, dei racconti che ne sono nati dove le parole vengono scelte con cura e attenzione.

Tra le tante pagine sottolineate ho scelto questo pensiero. Scriviamo per variazioni, perché abbiamo infinite facce da esplorare, molte di più di un diamante. Ed Erri de Luca in questo libro ci fa scoprire la meraviglia della montagna più intima, più profonda, dove tutto sembra formare un disegno capace di avvolgere l’uomo in tutte le sue dimensioni, umane, intime, spirituali.

Del resto, scriviamo per variazioni.

Hai una richiesta di amicizia

Se siamo amici, è come se ci prendessimo cura entrambi di una piantina. La innaffiamo quando ha sete, la mettiamo al riparo quando ha caldo. Teniamo il terreno sgombro intorno a lei perché non crescano le erbacce. Nel farlo non ci chiediamo se, con il tempo, quel germoglio diventerà un fiore, un arbusto o un albero. Ciò che ci rende felici è sapere che, se uno di noi due un giorno non potrà portare l’acqua per dissetarla, sarà l’altro a farlo. Non ci sarà arsura capace di ucciderla. Cos’è infatti l’amicizia se non un’attenzione paziente e amorosa alla vita dell’altro? (Susanna Tamaro, Il tuo sguardo illumina il mondo).

L’amicizia è cura, come una piantina da innaffiare e riparare, custodire e proteggere. E’ sicurezza che l’altro – in virtù di questo nobile sentimento – ci sarà sempre, soprattutto nel momento del bisogno; la vera amicizia non teme arsura, probabilmente neanche le distanze, seppur necessita di una minima presenza.

Eppure ogni tanto i social per definire dei contatti che avvengono tra persone usa l’espressione “amicizia”, “hai una proposta di amicizia in arrivo”… Un termine assolutamente fuori luogo: quelle che noi definiamo amicizie social li definirei più “contatti” o “followers”. Dietro una richiesta di amicizia può nascondersi chiunque: una persona ben intenzionata così come qualcuno che vuole infiltrarsi nella vita degli altri per ficcare il naso, cercare una traccia non ben identificata, soddisfare una curiosità morbosa. Certe persone che non hanno la mia stima non voglio essere “amico”, neanche sui social.

Bisognerebbe ridare dignità ad un termine così bello. “Ti richiedo l’amicizia” non può funzionare, perché la vera amicizia è altro. Ultimamente ho sperimentato gesti di amicizia molto belli, così come qualche delusione nella vita reale e non sui social. Evidentemente non erano amici.

Un vero amico non ti cerca sui social: nella vita reale – l’unica per la quale dobbiamo spenderci – non c’è il giudizio, piuttosto al cura, la protezione, il perdono.

Il tricolore sulla tutina

Oggi è il 12 maggio. Non una data qualsiasi. Almeno per chi è laziale. Esattamente 50 anni fa la mia squadra del cuore vinceva il primo scudetto della sua storia. Ed io dov’ero? Cosa ricordo di quella giornata? Niente, non ricordo niente perché ero nel pancione di mia madre, mancavano 5 mesi alla mia nascita, dovevo essere lungo più o meno 22 centimetri… troppo poco ma abbastanza per cucirmi quello scudetto addosso.

Quando sono nato, ad ottobre, la mia squadra giocava con il tricolore sul petto e anche se io non lo sapevo, simbolicamente, ce l’avevo cucito sulla tutina.

Di quella squadra ho solo i ricordi di chi l’ha vissuta e ciò che sono riuscito a ricostruire nel tempo, sia dal punto di vista sportivo che sociale. Erano gli anni della Roma di piombo, del terrorismo, di una svolta del nostro Paese che era nella fase calda; dopo il ’68 c’eravamo noi degli anni ’70, c’ero io, piccolo e inconsapevole di quanto succedeva accanto a me.

Della Lazio di Maestrelli ricordo il poster in casa, con quegli undici giocatori accasciati, il pallone bianco con i pentagoni neri. Una foto semplice. Tra i tanti spiccava Chinaglia, ma soprattutto un angelo biondo, Luciano Re Cecconi di cui mio padre mi raccontava le gloriose gesta sportive e il suo tragico epilogo. Mi parlavano del dolore di mio fratello una volta appresa la notizia della sparatoria in cui perse la vita per un tragico scherzo. Di Maestrelli ricordo un disco 33 giri in cui c’erano le voci storiche di quello scudetto e lì si parlava di lui, di quella squadra così matta eppure così affascinante. Il resto l’ho ricostruito negli anni con i documentari e le interviste dei protagonisti di allora.

Mio padre seguiva gli allenamenti da vicino, viveva quella squadra e quel calcio in modo attivo. I tifosi erano i veri supporter, non erano clienti da spennare.

Poi sono cresciuto e quello scudetto sul petto era solo un vago ricordo mentre io, circondato da romanisti che festeggiavano lo scudetto ed una squadra stellare, soffrivo per una squadra che faceva su e giù dalla A alla B. Era difficile essere un bambino laziale a quel tempo, ma ho resistito, non potevo tradire quei colori e la lazialità di mio padre e della mia famiglia.

Oggi si ricorda quella giornata; simbolicamente torno nel pancione di mia madre, per godermi quei suoni attutiti della festa. Tornerò a nascere, tornerò a cercare quella squadra, quei campioni che mi hanno fatto nascere con il tricolore sulla tutina!

L’orsetto della bambina

Mattina di primavera, ore 8.20. Frettolosamente mi avvio per non arrivare tardi a scuola, preso dai miei soliti pensieri, il cellulare impazzito di messaggi; non è la solita routine, stamattina sembra molto peggio.

Lungo il marciapiede incrocio una mamma ed una bambina che si recano alla scuola dell’infanzia. Potrebbe essere una scena come tante. Eppure, in questo frammento che i miei occhi decidono di catturare, c’è qualcosa di speciale.

Come faccio spesso mi incanto a guardare i bambini molto piccoli; la bimba di circa quattro anni che la mamma teneva per mano, procedeva lenta, lentissima. Ben pettinata e sistemata teneva tra le braccia un tenero orsetto, compagno di giochi e probabilmente rifugio consolatorio nel momento del distacco dalla mamma. Mentre io correvo affannato, la bimba si godeva il suo passo lento e la tenerezza di quell’abbraccio all’orsetto.

Mi sono rivisto bambino. Mi sono chiesto se anche io avessi un oggetto a cui tenermi stretto; la mia memoria non me ne ha presentato uno in particolare. Mi sono anche domandato cosa potrei portare oggi, a quasi cinquant’anni, come oggetto “consolatorio” davanti agli affanni della vita. Anche qui non saprei cosa scegliere, di solito gli oggetti non hanno valore se non legati al ricordo di una persona.

Credo che la ricchezza e la consolazione che portiamo dentro possiamo attingerla dagli incontri, dalle strade che percorriamo sempre con le stesse scarpe, da quella voglia di infinito che cerco in un tramonto, nella Luna e nelle stelle.

Alla domanda “quale cosa vi dà veramente gioia?” posta poco dopo ai miei alunni di quarta, mi ha colpito la risposta di Aurora: “poter parlare con qualcuno di cui mi fidi e dire ciò che penso”.

Eccolo, l’orsetto.

Dovremmo fare come i fiori

E’ un timido pomeriggio di aprile, l’ora del tramonto. Con l’arrivo della bella stagione riconquisto spazi, energie e momenti che solo la primavera sa offrire. Riapro la sdraio, un tiepido sole mi scalda dopo una improvvisa coda autunnale. Ho con me il mio e-reader, leggo quasi esclusivamente in formato digitale per praticità.

Guardo i miei fiori. Non ho tantissime piante, con quelle che ho provo a dare colore allo spazio esterno; cerco la giusta esposizione, godo dei colori, annaffiarle è un segno di ringraziamento alla natura.

Tra poco arriverà il grande caldo; si starà fuori solo nelle ore più fresche, prevalentemente la sera. Sarà impossibile stare tranquilli in piena estate nell’ora del tramonto, a patto che uno sia immune dall’attacco delle zanzare.

Credo che il mese di aprile costituisca una grande promessa. I primi germogli e i primi fiori sanno guardare avanti, scandire il tempo, non guardano al passato ma ad una nuova stagione che sta per iniziare.

Dovremmo fare come i fiori, confidare nei primi germogli, cercare di fiorire – perché questo devono fare -, splendere nel momento migliore ed accettare che arriverà il tempo in cui, per natura, i petali dovranno cadere. Oppure fare come è successo la scorsa estate in un vaso: una surfinia ha convissuto pacificamente in piena estate con un tenace ciclamino, creando una alchimia inaspettata. Due diversità che hanno accettato di farsi ombra reciprocamente.

Guardare i fiori vale più di tante lezioni.

il fiore nella foto è una rosa della mia terrazza

Me lo ricordo quell’insegnante

Me lo ricordo quell’insegnante. Sì, me lo ricordo perché un vero insegnante sa in-segnare una vita e quel tocco magico non se ne va più.

Me lo ricordo quell’insegnante che, poco più che bambino, mi affascinò con il carisma, perché solo quelli veri hanno carisma.

Me lo ricordo quell’insegnante che un giorno perdonò una mia acerba ingerenza: solo quelli veri sanno mettere davanti la gentilezza e la dolcezza.

Me lo ricordo quell’insegnante che metteva al primo posto i suoi allievi, mai se stesso. E’ dote rara di chi si sente al servizio e mai servito.

Me lo ricordo quell’insegnante che mi ha accompagnato per lunghi anni della mia vita, ascoltandomi, rispettandomi e aprendo il suo cuore.

Me lo ricordo quell’insegnante che, una volta cresciuto, riuscì a trasformare l’insegnante in un amico, perché le differenze di età le persone vere non le calcolano proprio.

Me lo ricordo quell’insegnante che tornò ad insegnarmi, una volta cresciuto, con la stessa passione e carisma di un tempo: anche se un po’ arrugginito un vero maestro non perdere mai lo smalto per ciò che ama.

Me lo ricordo quell’insegnante che mostrò i suoi punti deboli dell’anima, perché sapeva essere uomo prima che qualsiasi altra cosa.

Me lo ricordo quell’insegnante che ho accompagnato fino alla partenza da questa terra; insieme c’erano i suoi allievi perché un vero maestro unisce e riunisce.

Me lo ricordo quell’insegnante. Certo che me lo ricordo perché ho avuto l’onore di essergli al fianco.

Me lo ricordo quell’insegnante portandolo con me ogni giorno, nella speranza di essere solo una briciola della sua grandezza.

Me lo ricordo quell’insegnante perché persone così toccano una vita e segnano un’esistenza.

Perché proprio il portiere?

«Ma perché proprio il portiere?» . Andrea fu come se si illuminasse: «Perché è diverso da tutti gli altri, è folle ma anche un po’ solo. Perché è come un principe con il suo regno: gli altri si azzuffano per il campo, lui invece è il signore del suo spazio, è libero, non dipende da nessuno. E poi è piú facile segnare che parare e a me piacciono le cose difficili».

Dei tanti ruoli che si possono occupare nel rettangolo di gioco, il portiere si distingue dagli altri: per la divisa, per la posizione, perché può toccare il pallone con le mani, perché spesso è lì da solo, l’ultimo baluardo della squadra, colui in cui tutti i tifosi ripongono la speranza della parata miracolosa.

Nell’ultimo libro di Roberto Vecchioni “Tra il silenzio e il tuono”, in una delle tante deliziose lettere, si parla di Andrea, che aveva scelto il ruolo del portiere. Colui che deve fare le cose difficili, perché parare è più difficile di segnare. Sarà, ma quando da piccoli chi finiva in porta era il più debole della squadra, quello che non ci voleva mai stare perché un gol passa alla storia, una parata decisamente meno. Addirittura una papera può togliere il sonno per diverse notti, forse per anni.

Mi soffermo spesso a guardare il portiere: immagino i suoi pensieri, deve riporre molta speranza nella difesa capace di neutralizzare gli attacchi degli avversari, così come deve affidarsi a tecnica, istinto e un po’ di pazzia. Sì, perché per stare lì a farsi prendere a pallonate ci vuole coraggio e un pizzico di follia. Faccia a faccia, senza paura.

Due madri leonesse

Una strada sterrata. Due leonesse, simbolo di forza, dominio, potenza, formidabili cacciatrici. Poco distante alla loro sinistra un piccolo leoncino, probabilmente nato da poco viste le dimensioni. Il piccolo cammina con un passo apparentemente incerto, muove i primi passi nel mondo: quel territorio – scoprirà in seguito – dove la lotta per la sopravvivenza è all’ordine del giorno. Dovrà imparare a cacciare, a stare lontano dai pericoli, farsi forte e robusto.

In questa foto le due leonesse non proteggono il cucciolo, piuttosto mantengono una distanza; il messaggio è chiaro: noi ti proteggiamo ma inizia a fare da solo, segui il nostro andare.

Trovo queste due leonesse delle perfette educatrici. Stando al loro fianco il cucciolo crescerà con il loro esempio, imparerà ad imitarle fin dai primi passi. Le leonesse devono essere per lui un esempio di sicurezza, coerenza, forza e coraggio. Un po’ come fanno le anatre con gli anatroccoli sulle rive del fiume: prima si butta la madre e – in seguito – i piccoli.

Il mondo animale, con la sua spontaneità , è maestro.

Ci comportiamo diversamente noi umani; vediamo mamme e papà apprensivi, protettivi fino ad inibire totalmente le capacità di crescita di un figlio. Incontro bambini incapaci di assolvere alle più normali funzioni vitali: allacciarsi le scarpe, togliere un giacchetto, risolvere semplici problemi quotidiani perché abituati ad avere un adulto alle spalle che si sostituisce completamente a loro. E così invece di avere due leonesse che camminano al fianco di un cucciolo nella savana, vediamo tre bambini (mamma, papà e figlio) i cui ruoli non sono ben definiti e spesso si interscambiano.

In ogni camera dove dormono due genitori dovrebbe esserci una foto come questa che possa ricordare che la vita è camminare insieme, dare l’esempio e segnare il passo.

La Pasqua dell’educatore – La domenica: largo alla gioia

Le campane hanno fatto sentire da poco i loro rintocchi con vigore, sono state slegate per poter tornare a suonare. Quel silenzio dei giorni scorsi viene finalmente infranto per lasciare spazio ad un suono festoso. Il canto esultante dell’Alleluja è risuonato poco fa nelle veglie pasquali; ci si scambiano gli auguri, se la Pasqua vuol dire “passaggio” auguriamoci un buon passaggio, ognuno sceglierà quale preferisce.

La gioia è un aspetto importante, maggiormente sotto il profilo educativo. Va cercata prima di tutto dentro di noi, approcciandoci alla vita con speranza: qui entrano in gioco l’educazione ricevuta, le esperienze vissute, quanto spazio abbiamo dato alla nostra crescita personale. Genitori ed educatori gioiosi riusciranno più facilmente a trasmettere allegria e leggerezza. Spesso fanno la differenza.

Questa risurrezione fa ben sperare: genitori, insegnanti, educatori devono sempre sperare, guardare alla luce, al cielo.

Buona Pasqua ai lettori di queste pagine, a tutti voi che generosamente avete la pazienza di leggere queste riflessioni.

La Pasqua dell’educatore – il sabato: il valore del silenzio

Giorno particolare quello del sabato santo. Nelle chiese non c’è alcuna celebrazione, tutto tace, è doveroso rispettare il silenzio. L’unico giorno aliturgico dell’anno. Niente messe, niente rosari, niente cori e soprattutto niente campane che hanno smesso di suonare dal giovedì santo. Tacciono le Sacre Scritture, per un giorno anche i personaggi biblici sono nell’oscurità.

Per i cristiani Gesù è nel sepolcro. Il giorno dopo il lutto è doveroso rispettare un silenzio spirituale.

Talvolta anche in campo educativo è necessario vivere un momento di silenzio. Provo a sperimentare un momento di silenzio quando vengo travolto da qualche problematica, lasciando spazio alla riflessione, dominando l’impulsività, sempre cattiva consigliera.

Con gli anni sto imparando che ogni tanto qualche problematica educativa è bene che riposi un attimo nel suo sepolcro, nell’attesa di vedere una nuova luce e una nuova gioia. Perché mai nulla è perduto; la vita vince sempre, come ci mostrano quelle piantine che crescono in mezzo alle rocce dove la vita ha poco spazio. Se ce la fanno loro, possiamo farcela tutti.

E’ vero che per educare sono necessarie le parole, talvolta però è doveroso restare in silenzio che diventa pregno di speranza e di attesa. Non di inutile dolore.

La Pasqua dell’educatore: il venerdì, accompagnare il dolore

E’ il giorno delle lacrime, della sofferenza, della morte, della croce, del silenzio. Soprattutto il giorno in cui una Madre è costretta ad assistere a ciò che di più ingiusto e innaturale possa sopportare: accompagnare un figlio verso la morte, sopportarne il dolore, annientando qualsiasi conforto.

Mi colpisce – da insegnante ed educatore – questo aspetto. Tante volte assistiamo alla distruzione – o ancor peggio, dell’autodistruzione – dei nostri ragazzi e ragazze. Li vediamo persi, annientati dalle poche speranze, lontani da sogni e ambizioni; ancora peggio quando a diventare padroni delle loro vite sono le droghe, l’alcool, le dipendenze.

Piangeva Maria sotto la croce, piangono tante mamme e tanti papà; quante volte mi è capitato di vedere le lacrime di una mamma, sono le più faticose, le più ricche d’amore.

Eppure, a volte, la fase del dolore e della disperazione dobbiamo abbracciarla. Lo ha fatto Maria, non è stata esclusa da questa emozione. Accompagniamo nei momenti più tristi i nostri giovani, non lasciamoli soli, appesi nelle loro croci.

La Pasqua dell’educatore – il giovedì: servizio e dono

Cerco nelle storie e nei libri che leggo l’aspetto educativo, un po’ per passione, un po’ per deformazione professionale. Non sono esenti da questo i testi evangelici, reputo Gesù un grande maestro al di là dell’aspetto divino che parla solo alle persone con fede.

I testi e i riti della Pasqua quest’anno mi suggeriscono più di uno stimolo. Il giovedì è il giorno della lavanda dei piedi e dell’istituzione dell’Eucaristia. Un maestro come Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli indica la direzione anche per insegnanti ed educatori: l’amore è servire. Colui che insegna, colui che è maestro/a deve abbassarsi verso i propri alunni, mettersi al servizio; scendere dal trono – l’autoritarismo genitoriale, la cattedra – per farsi umili. Noto, invece, quanti, tra genitori e docenti (soprattutto), amano essere serviti e talvolta anche riveriti. Il messaggio è chiaro, Gesù lascia sconcertati anche i suoi amici, qualcuno non riesce ad accettare questo gesto da servo. Per regnare è necessario servire, scendere dal proprio trono.

Poi c’è il dono dell’Eucaristia. E’ il dono totale di sé stessi, corpo e sangue. Un pane che resta, un vino che non perde il sapore. Anche qui il messaggio mi pare chiaro: donarsi, sempre. L’amore ha nella generosità la sua massima espressione. Un educatore deve donarsi, deve offrire se stesso sempre, ben oltre i limiti del suono della campanella.

In questo giovedì mi porto dietro due parole: servizio e dono. La vita di un educatore è soprattutto questo.

Un padre sognatore

C’era un uomo di nome Giuseppe. Il suo lavoro era il falegname. Da piccolo pensavo che mio padre, il cui nome era Giuseppe ed era un artigiano abile anche lui nel lavorare il legno, avesse qualche attinenza con San Giuseppe. Nella mia mente di bambino avevo costruito questo collegamento di fantasia.

È davvero piena di poesia e romanticismo la vicenda di San Giuseppe. Spesso l’arte ce l’ha mostrato nel modo peggiore: anziano, pensieroso, distaccato, a volte addirittura assente nei quadri della natività. Nelle nostre chiese troviamo tante luci e candele in onore di Maria, mentre San Giuseppe è posizionato in qualche angolo umido e poco illuminato, (sempre ammesso che ci sia una sua statua.) Potrebbe sembrare a tutti gli effetti una figura minore nella storia del cristianesimo.  

Di lui non si sa molto a parte che appartenesse alla stirpe di David, nato a Betlemme, falegname di mestiere e che la sua promessa sposa ad un certo punto gli comunica di aspettare un figlio dal Signore. Cosa farebbe un altro uomo? Si porrebbe certo molte domande, forse opterebbe per il ripudio. E invece lui no, Giuseppe crede nei sogni. Doveva essere un sognatore: viene tranquillizzato nel sogno e sempre da un sogno apprende che doveva mettere in salvo il Bambino Gesù dalla furia omicida di Erode. Ama la sua sposa Maria e poi parte per l’Egitto, perché chi crede nei sogni crede nell’amore e sa proteggere, affidandosi alla volontà di Dio.

Di Giuseppe poi non sappiamo più nulla. Nessuna parola nei vangeli, nessuna notizia neanche sulla sua morte; i cristiani lo invocano per una “buona morte” dal momento che si suppone si fosse spento vicino a Maria e Gesù.

San Giuseppe era quindi il padre ‘terreno’ di Gesù. Nel silenzio e nell’umiltà ha svolto il suo lavoro di padre; non doveva essere facile essere il papà di Gesù, nonostante tutto ha accettato questo ruolo facendosi piccolo davanti a Gesù. Addirittura, leggiamo nel Vangelo, quando gli abitanti della sua patria vedono arrivare Gesù si domandano “Non è questi il figlio del falegname?” (Mt 13,55), come se essere figli di un carpentiere volesse essere in una condizione disprezzabile.

La festa del papà cade nella memoria liturgica di San Giuseppe. Temo che quella poca considerazione di San Giuseppe di cui parlavo in apertura è la stessa che si proietta nei padri del nostro tempo; nella storia della pedagogia il padre è sempre stato il grande assente, impegnato nel portare a casa uno stipendio, estraneo all’educazione dei figli e alle vicende domestiche. Ho avuto questa triste sensazione quando ho dovuto cercare su internet delle poesie sul papà per questa giornata: ne esce un quadro desolante e deprimente.

Ho chiesto ai miei alunni di descrivermi in poche parole il loro papà. C’è un affetto sincero e malinconico nei confronti di molti papà, costretti a volte ad assentarsi per lavoro, altre volte presi e persi in mille cose. Mi piacerebbe vedere dei padri credere nei sogni, proprio come san Giuseppe, per amare e difendere, vivere e lottare, ridere e soffrire con i figli.

Le carezze della terra

La terra si sentì rispettata e sollecitata, e regalò nel tempo dovuto un bellissimo raccolto. Gnazio se lo aspettava, ma non per questo non ringraziò la terra e il vento, e restituì un sorriso e molte carezze a quell’oro che copriva il verde e si muoveva silenzioso nella brezza che veniva dal mare. (Andrea Camilleri, Maurizio de Giovanni, Il canto del mare)

“Il canto del mare” è un libricino molto bello, l’ho letto con interesse. E’ una favola per adulti, con tutto l’incanto di un romanzo poetico di Camilleri, reinterpretato da Maurizio De Giovanni, arricchite dai disegni Mariolina Camilleri, ultimogenita del grande scrittore siciliano.

Il lettore si perde in questa favola dove c’è tutto quanto possa emozionare: l’amore, l’arte della narrazione, la natura, l’avventura, una sirena, gli alberi e ovviamente il mare. Il protagonista, Gnazio, il mare non lo può neanche vedere, ricordo di un viaggio da emigrante nella lontana America. Eppure impara a conviverci, mettendo con esso una rispettosa distanza di sicurezza. Gnazio ama la terra, la rispetta, la valorizza, la tratta con il rispetto dovuto ed essa – riconoscente – lo ricompensa sempre. Fedele al suo amore e al rispetto per la terra non scenderà a compromessi, diventerà la sua ragione di vita.

In questo tempo dove l’uomo sembra aver dichiarato guerra al bene comune del creato, c’è da imparare che la terra ci nutre, è “madre” come la chiamava San Francesco. E come Gnazio non dovremmo smettere di ringraziarla. Il suo sorriso non mancherà.

Il padre che perdona

“Il padre che perdona entra in dialogo con le colpe dei figli: le riconosce, le interroga, ci riflette, si domanda come può offrire un aiuto per superarle, ma sa anche aspettare, sa confidare nella capacità di crescere e sa accettare di non poter risolvere magicamente le difficoltà più grandi”. (Antonio Mazzi, Nel nome del padre)

Sentiamo spesso parlare di perdono. A volte sembra essere diventato un prodotto commerciale nei fatti di cronaca nera: viene ammazzato qualcuno/a, si chiede al parente più prossimo della vittima se è disposto a perdonare. Troppo facile.

Nel libro di don Mazzi, “Nel nome del padre”, il buon prete ultranovantenne solo per l’anagrafe, ci propone una lunga riflessione sulla paternità. Tra i tanti aspetti analizzati mi è piaciuto il padre che perdona, capace di entrare in dialogo con i figli, analizzando, riconoscendo, riflettendo sulle colpe. La sua capacità di attesa, di confidare nella crescita farà di lui un padre diverso dagli altri. Ho sempre cercato di trasmettere ai miei figli che dietro ogni loro marachella l’ultima parola era sempre il perdono.

Deve essere così, un padre misericordioso (letteralmente “che ha pietà con il cuore”) è colui che accetta le debolezze dei figli che poi sono anche le sue. Per le mamme è diverso, il loro rapporto viscerale cambia naturalmente l’approccio educativo.

Il perdono ha in sè la parola dono. Può fare la differenza nei rapporti quotidiani genitori-figli. Il perdono forgia l’anima e la rafforza, nel riconoscere il proprio errore un bambino/ragazzo sperimenterà anche la consolazione. E’ ciò che abbiamo sempre cercato e che continueremo ad attendere.

Le cose piccole

“Con Gesù possiamo sognare un’umanità nuova e impegnarci per una società più fraterna e attenta alla nostra casa comune, cominciando dalle cose semplici, come salutare gli altri, chiedere permesso, chiedere scusa, dire grazie. Il mondo si trasforma prima di tutto attraverso le cose piccole, senza vergognarsi di fare solo piccoli passi” (Papa Francesco, messaggio per la giornata mondiale dei bambini).

Le cose piccole. Sono queste le parole che Papa Francesco vuole mettere in risalto nel messaggio dedicato alla Giornata mondiale dei bambini in programma il prossimo 26-26 maggio. Davvero una lodevole iniziativa di cui si sentiva il bisogno, spostare i riflettori sui bambini che non sono banalmente “i grandi di domani” ma che dovrebbero essere “i piccoli di oggi” con maggiore voce e attenzione sociale, politica ed economica.

Vivo con i bambini, mi nutro delle loro parole, del loro chiasso, della loro allegra confusione e saggezza. Papa Francesco torna su gesti semplici: salutare, chiedere permesso, scusa, ringraziare. Per fare in modo che “le cose piccole” possano permeare nel vissuto dei bambini dobbiamo essere noi adulti a dare l’esempio.

Le cose piccole possono diventare cose grandi. Sta a noi iniziare.

Un giorno in più

Tutti conserviamo il tempo. Conserviamo l’antico significato di ogni persona che ci ha lasciato. E anche noi siamo ancora questi antichi significati, sottopelle, sotto lo strato di rughe, esperienza e risate. Proprio là sotto siamo ancora quelli di una volta. I bambini di una volta, gli amanti di una volta, i figli di una volta” Nina George – Una piccola libreria a Parigi.

Oggi è 29 febbraio, scrivere una breve riflessione in una data simile accade una volta ogni quattro anni. Mi sono detto che era meglio approfittare di questa occasione.

Guardo il calendario e vedo questo giorno in più, il 29, numero insolito per febbraio, ordinario per tutti gli altri. Sembra che il tempo voglia regalarci un giorno in più, tempo di cui non siamo padroni ma ignari beneficiari. Cosa fare in questo giorno? Come trascorrerlo? Saremo capaci di goderci un “giorno bonus” inserito nel nostro calendario come compensazione astrale nella rotazione terrestre?

Ripenso alla frase proposta da Nina George, nel suo bel libro “Una piccola libreria a Parigi”. Mi piacerebbe trascorrerlo ricordando pezzi di me, stralci di vita; di quali esperienze siamo fatti, quali amori, amicizie, successi e cadute ci hanno permesso di guardare il cielo in questo giorno bisestile. Perché in fondo non siamo altro che il risultato di storie e incontri.

Quando il parroco parla male degli amici

Il miracolo del paralitico sanato (Mc 2,1-12) è uno dei passi evangelici che da sempre mi ha maggiormente entusiasmato. Non tanto per i gesti miracolosi di Gesù, non nuovo alle guarigioni. Ciò che più mi colpisce è la determinazione degli amici del malato che arrivano a calarlo dal tetto pur di offrirgli una speranza di salvezza; fin da bambino ho immaginato questi uomini forzuti, decisi, legati alla vita di quell’uomo malato che nella cultura del suo tempo era anche considerato un peccatore.

Nel commentare questa pagina, durante una lezione in una classe quarta, alcuni bambini hanno chiesto la parola con il volto spaesato e turbato. Uno di loro mi ha detto: “maestro, il nostro parroco in chiesa ha detto che degli amici non possiamo fidarci, perché prima o poi se ne andranno tutti“. Il loro turbamento è diventato il mio; ero deluso più che sorpreso dal momento che in più di un’occasione ho avuto modo di ascoltare le posizioni estreme di questo poco illuminato sacerdote.

I bambini credono nell’amicizia, la loro vita si basa sulla certezza di avere una famiglia e degli amici; non hanno altro per costruirsi un presente e un futuro. Ho detto loro che forse il parroco ha voluto – maldestramente – mettere in evidenza che Gesù è il vero amico… Ma anche qui mi sono chiesto: perché dobbiamo far passare ai bambini il concetto che Gesù è un amico, soprattutto dopo aver detto che gli amici se ne vanno? Sarebbe il caso di evitare queste visioni fiabesche: io con un amico ci parlo, vado allo stadio, ad un concerto, ci discuto, mi confronto, forse ci posso anche litigare, mentre un Dio non può essere un amico… è Dio, molto di più di qualsiasi altra cosa.

Il problema è che ai nostri bambini parlano alcuni sacerdoti che non conoscono il loro mondo, legati ad un’idea di infanzia totalmente lontana dal loro vissuto; ancor di più pretendono di intercettare i loro pensieri e i loro valori.

Trovo davvero avvilente che ad un bambino vengano messi in secondo piano valori importanti del loro vissuto, pur di far spazio ad un Dio che dovrebbe invadere ogni campo della vita. Il miracolo del paralitico insegna tutt’altro: dei buoni e veri amici possono portarti da Dio. E magari restano con te per festeggiare.

L’arte con i guanti bianchi

L’arte va trattata con cura, merita il contesto idoneo per essere apprezzata in pienezza. L’abbiamo strapazzata a tal punto da trasformarla in un genere di facile consumo.

Con un cellulare possiamo ascoltare musica mentre siamo in treno, in aereo o in mezzo ad una piazza; con lo stesso mezzo possiamo anche vedere un film sdraiati sul letto. Un quadro o un affresco possiamo osservarli dal computer o dal tablet, per non parlare di un film, visibile da uno schermo da sei pollici fino alle moderne tv domestiche.

C’è un ambiente per ogni cosa. Sarò della vecchia scuola che la musica si ascolta con un impianto hi-fi, che la bravura di un attore va apprezzata in un teatro; il cinema è la dimensione ideale per godere di un film, fatto di immagini, musiche, luci, colori, così come una mostra ben curata è il modo migliore per godere della pittura di un quadro.

Un artista cerca con cura ciò che darà forma alla sua opera: il regista la giusta sceneggiatura; il compositore il timbro giusto di un violino; uno scrittore la parola che dà forma al suo libro; lo scultore il giusto colpo da assestare per dare vita alla sua opera.

Inutile illuderci che tutto possa adattarsi al mezzo che abbiamo a disposizione: mortifica l’artista, offenderebbe l’opera. Prendiamoci il tempo e l’attenzione per godere del bello nella sua piena espressione, non potrà far altro che arricchire l’anima.

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